Profilo

Le mie foto
L'austerità del mio pianeta mi impone di essere severa con me stessa e con gli altri, con chi ha perduto i valori, i principi, sotterrati da una società superficiale dove, l'usa e getta, è diventata la quotidianità. Tante parole belle e giuste vengono usate, ma poi nei fatti l'onestà e il rispetto sono diventati inesistenti !!

Pagine

giovedì 17 luglio 2014

I SERIAL KILLER DELL'ANIMA

Un altro articolo che riguarda la manipolazione psicologica! Mi rinnovo con questo argomento perché secondo me è "tragicamente" attuale, partorito purtroppo, dalla nostra moderna società malata. Ne stiamo vedendo i risultati con i terribili fatti di cronaca nera di questi ultimi anni ............
La manipolazione relazionale alla base della violenza psicologica si parlerà di omicidi non fisici ma dell’anima.

Nel saggio “Il Serial Killer dell’Anima” si è cercato di tracciare un identikit di quello che è l’abusante che noi ci troviamo quotidianamente nelle case e che non presenta delle caratteristiche peculiari, non ha dei tratti “folli”, nemmeno diagnosi psichiatriche dietro, ma è una persona normalissima che sta con noi, che ci vive accanto, che ci dorme vicino ed è importante identificarlo perché quando noi parliamo di violenza psicologica stiamo parlando di un fenomeno che è ancora più diffuso di quella fisica. Non tutti gli abusi psicologici degenerano in violenza fisica ma sicuramente laddove c’è violenza fisica a monte c’è stata quella psicologica. Vediamo in cosa consiste. Noi parliamo di violenza psicologica quando viene, per quanto riguarda la donna, fondamentalmente attaccato il sistema identitario, quindi: abusi, ingiurie, menzogne, svilimenti, umiliazioni, sono tutti atti silenti, poco concreti, che non lasciano un segno materiale ma sicuramente ne lasciano uno molto profondo sotto il profilo psicologico e sono segni spesso con delle conseguenze irreversibili: danni alla psiche, esaurimenti nervosi, depressioni. Tutto frutto di un qualcosa che viene estrinsecato nel tempo, nell’arco di relazioni lunghe, lunghissime anche di decenni e che però spesso purtroppo non vengono riconosciute perché diventa difficilissimo per la donna capire e accettare il concetto di essere massacrata psicologicamente dalla persona che ama, è un concetto che non riesce ad accettare. Il mio libro vorrebbe dare una risposta a tutte quelle donne che si ritengono delle cretine a rimanere in quel contesto violento, ad essere delle vittime. Le vittime di violenza domestica devono purtroppo fare i conti con un senso di colpa che le porta a rimanere intrappolate in quella situazione. Attenzione, quando parlo di vittima non mi riferisco ad uno stereotipo: donna fragile, debole, senza strumenti, povera (ci sono anche quelle ovviamente); la vittima è la donna normale, come l’abusante é l’uomo normale e sempre più spesso anche lei occupa posizioni elevate avendo raggiunto traguardi che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili. Forse questo bisogno di violenza deriva dal fatto di sentirsi inadeguati: violenza e debolezza. La debolezza psicologica dell’uomo porta al desiderio di controllo e annientamento. Ma come si realizza un annientamento di questo tipo? Non c’è donna al mondo; tranne casi di grande masochismo quindi casi patologici, che si diverta a stare lì a prenderle né fisicamente né psicologicamente. All’interno della relazione il più delle volte avviene quella che si chiama ‘manipolazione relazionale’ cioè una sorta di lavaggio del cervello che determina l’acquiescenza della vittima. La donna resta lì a “prenderle” e non si ribella perché la violenza è caratterizzata da un ciclo tipico che è quello del momento aggressivo, seguito poi dalla pace, seguito poi dalla riappacificazione tecnicamente nota come luna di miele (ed è quello il momento più pericoloso) in cui l’uomo promette di cambiare, di non reiterare più quello che ha fatto. Sono i momenti in cui lui manifesta anche una volontà di cambiamento che spesso dura il tempo che dura per poi ritornare alla violenza. Ci sono film come “A letto col nemico” o “Gaslight”, un film degli anni ‘40, che descrivono molto bene il lavaggio del cervello fatto sulla donna. Dal film “Gaslight” è stato tratto il termine gaslighting per indicare il fenomeno attraverso il quale una persona tenta di fare impazzire l’altra (nel film il marito accendeva e spegneva le luci di una camera cercando di giocare sul sistema percettivo della vittima portandola a dubitare che le luci potessero essersi accese da sole) ed è questa la manipolazione relazionale, quel fenomeno che poco alla volta conduce la donna se non proprio alla follia a gravi compromissione del sistema cognitivo, intellettivo ed emozionale con gravissimi danni alla sfera emotiva e a tutto quello che la concerne. Non parliamo poi delle conseguenze derivanti dalla violenza assistita, quella a cui assistono i figli nel momento in cui la madre viene abusata. Il bambino assiste oltre che alla violenza fisica soprattutto a queste dinamiche relazionali perverse. Queste dinamiche relazionali sono perverse perché vogliono e richiedono una dipendenza della vittima dal carnefice. Questi uomini creano dipendenza e le vittime fanno molta fatica a venirne via, non riconoscono il fenomeno, non riconoscono addirittura che è un abuso. Prima parlavamo di cifre oscure. La cifra oscura in criminologia è quella cifra che non è pervenuta in quanto il reato non è stato denunciato, ma nel nostro caso il reato addirittura non viene identificato perché la vittima non lo riconosce come tale. Durante un mio seminario una signora di circa 70 anni ha osservato che stavo descrivendo un fenomeno che tutte le donne quo- tidianamente vivono. Quindi per questa signora era la norma. In molte culture compresa la nostra, quella più meridionale, il padre padrone non è altro che il soggetto che sto descrivendo (che però ho cercato di stigmatizzare un po’, giusto per renderlo più riconoscibile). Il padre padrone, in un nuovo modello e in una nuova forma, è il libero professionista, è il politico, è il primario, è il medico, è l’avvocato, è il comandante di polizia; tutti soggetti di difficile riconoscimento e individuazione in quanto si caratterizzano per il mascheramento che attuano per catturare una preda. Essi non fanno subito vedere la loro faccia, il loro aspetto, bensì indossano delle maschere (io parlo di “camaleontismo del manipolatore”). Sono di difficile individuazione perché nel momento in cui si avvicinano usano dei sistemi e degli strumenti finalizzai esclusivamente ad accalappiare chi c’è dall’altra parte. Si presentano come principi azzurri per poi rivelarsi dei rospi con un processo contrario rispetto a quello delle fiabe. E la vittima cade inesorabilmente nella trappola dell’inganno. La menzogna e l’omissione sono gli strumenti principali che utilizzano per accalappiare la vittima. Inoltre questi soggetti sono fedigrafi per antonomasia. Si attaccano a più persone per coltivare prede diverse con sempre una, quella privilegiata, in prima linea e attingono alle loro energie, come dei vampiri. Parlo di “vampirismo energetico” (riferito esplicitamente al bellissimo libro “Vampiri energetici” di Mario Corte) perché sono persone che attingono, vanno a prendere le energie. E questa forma di sottrazione energetica è la prima forma di violenza psicologica perché sono uomini che assorbono, stancano, sfiniscono, sono spesso dipendenti, emotivamente immaturi. Vanno a giocare su leve emozionali molto presenti in tutti noi, ma nella donna in particolare, quali il senso di colpa e la paura e giocano puntando su questi due elementi. Attraverso le leve emozionali del senso di colpa e della paura determinano l’acquiescenza e la sottomissione. Il fenomeno interessante è che riescono a fare sentire sempre inadeguata la vittima che non si chiede che cosa sta succedendo ma si mette sempre dalla parte della colpevole. Come le vittime di stupro devono fare una elaborazione lunghissima sul senso di colpa che accompagna il delitto di stupro, così le vittime di violenza domestica devono fare i conti con questo senso di colpa che le porta a rimanere intrappolate in quella situazione. Il non venir via è dovuto al fatto che la donna pensa che in qualche modo avrebbe dovuto fare meglio, che avrebbe potuto cambiare la situazione e determinare altre conseguenze. E così si fa fregare restando a volte anche tutta la vita accanto a queste persone che non fanno altro che sottrarre energie, causare dolore e disagi. Probabilmente questi dati ci sono sempre stati. Adesso se ne parla di più, si dà più rilevo ma si continua a tacere. Si fa molta fatica a tirare fuori il problema della violenza domestica intesa anche come micro abusi, micro ferite quotidiane. Tutto quello che è mancanza di rispetto è da considerarsi violenza quindi iniziamo ad entrare in un’accezione del termine molto più vasta di quello che si fa normalmente. Siccome siamo nella cultura del non rispetto (i media insegnano) in cui tutto è basato sulla aggressività allora l’operazione delicata da fare, legata anche al concetto di violenza assistita, è sicuramente quella della prevenzione sui figli. Prima dicevo che la violenza assistita è da considerarsi pericolosa anche se si tratta di violenza “solo” psicologica che non lascia segni visibili perché il bambino impara quegli schemi comportamentali. E quelle modalità relazionali pseudo affettive disturbate e perverse sono poi interiorizzate dal bambino che guarda caso l’andrà a replicare: quasi tutti i manipolatori relazionali sono stati a loro volta vittime di violenza. Se è difficile avere dati sui reati di violenza è ancora più difficile averli sui casi di manipolazione che sono molti più di quanto si possa pensare I “vampiri energetici” oggi sono miliardi e sono aumentati perché si sentono più deboli. Siamo diventate troppo sicure di noi, troppo aggressive, troppo tutto, e forse lo abbiamo fatto anche un po’ troppo in fretta e non è stato minimamente metabolizzato. Quindi io credo che buona parte della violenza oggi si deve proprio al fatto che abbiamo uomini non spaventati bensì terrorizzati. Quindi una delle prime operazioni da fare per lavorare bene sotto il profilo preventivo oltre quella di fare “rete” tra noi, aiutare le vittime ognuno con la propria professione, ecc. è sicuramente quella di cercare di strutturare un sistema per fornire un aiuto anche agli abusanti. -

lunedì 10 settembre 2012

PERCHE' A VOLTE SI SCEGLIE LO STESSO TIPO DI PARTNER

Quante volte ci si è domandato perché, nonostante le delusioni e le scottature ricevute nelle relazioni di coppia passate, col trascorrere del tempo si tende spesso a compiere i medesimi passi, quasi a ripercorrere un copione consolidatosi nel tempo, scegliendo spesso la stessa tipologia di partner? Anche quando si pensa che proprio quel tipo di uomo o di donna, con quelle particolari caratteristiche, rappresenti la causa principale delle proprie sofferenze in amore, e si è decisi a non ripetere più lo stesso tipo di scelte, ecco che invece ci si innamora di nuovo dello stesso tipo di partner, che tende a rivelarsi spesso troppo assente, oppure troppo invadente, e così via, a seconda dei casi. Comunque sia ci si legherà facilmente con qualcuno che mostrerà peculiarità analoghe a quelle del compagno/a precedente e che ci si era ripromessi di evitare.
Stessi attori e stesse attrici, stessi ruoli interpretati dai partner, dunque, nello scegliersi a vicenda. Innamorandosi e scegliendo la stessa tipologia di persona si continua a soffrire, spesso, per gli stessi motivi collegati a comportamenti che si ripetono immodificati nel corso del tempo.
Ma perché tutto ciò avverrebbe?

Proviamo a rispondere. Innanzitutto va detto che ben tre quarti delle persone, secondo quanto scrive Grazia Attili, autrice del libro “Attaccamento e amore”, tenderebbe a ricreare legami e a costruire relazioni di coppia con caratteristiche simili alle caratteristiche delle relazioni instaurate da bambini con la propria madre. Sulla scelta del partner inciderebbe quindi, secondo l’autrice, il tipo di attaccamento sviluppato con la madre stessa. In tal senso, la conoscenza dei motivi più nascosti che possono influire nella scelta del partner, potrebbero essere di aiuto nel ritrovare un modo di amare e di essere amati che sia meno doloroso e distruttivo.

In particolare, esisterebbero tre specifiche modalità di attaccamento che inciderebbero sulla futura relazione con il partner. Vediamole una per una a partire dallo svilupparsi della relazione del bambino con la mamma nei primi anni di vita. Consideriamole poi nel loro ripercuotesi all’interno delle relazioni mature dell’età adulta:
-Nel caso dell’attaccamento che viene definito “sicuro”, quando il bambino piange e chiede aiuto, la madre riconosce prontamente i suoi segnali ed immediatamente accorre. La madre è presente quindi nel momento del bisogno ma, allo stesso tempo, non impedisce al figlio di muoversi con una certa libertà che gli permetta di poter esplorare l’ambiente circostante. Questo bambino svilupperà una rappresentazione mentale della madre come qualcuno di cui fidarsi, e un modello mentale di sé come persona degna di essere amata e confortata. Da grande, quando starà male, sarà in grado di esprimere quello che prova, e tenderà a sceglier partner che hanno avuto un percorso affettivo simile al suo, cioè persone sicure, in grado di confortarlo e di condividere con lui benessere e felicità. Eviterà invece persone che possano farlo sentire frustrato nel suo bisogno di essere amato.

-Un altro tipo di attaccamento che può svilupparsi a partire dalla relazione tra il bambino e la madre, viene definito attaccamento “insicuro-ambivalente”. In questi casi, quando il bambino da piccolo piange, la madre a volte accorre, altre no. Mentre in altre occasioni, quando ad esempio il bambino se ne sta tranquillo a giocare, può accadere che la madre improvvisamente intervenga a coccolarlo, interrompendo così le sue attività. In questo contesto, il bambino fatica a collegare in maniera chiara i suoi segnali alle risposte della madre, così il suo sistema di attaccamento tenderà a segnalare continuamente una situazione di rischio. Il bambino sarà allora spesso capriccioso, si mostrerà sovente triste e difficilmente consolabile quando starà male, esagerando continuamente le proprie emozioni negative. La madre d’altro canto diventerà sempre più intrusiva verso di lui, aspettandosi anche che questi presti attenzione ai suoi bisogni affettivi. A partire da una situazione del genere il bambino, crescendo, svilupperà un modello di sé quale persona vulnerabile, e di persona amabile a volte sì e a volte no. Considererà la figura di attaccamento in termini di persona inaffidabile e concepirà la realtà esterna come pericolosa.

Da grande, pur instaurando relazioni di coppia, tenderà a mantenere un rapporto invischiato e conflittuale con la sua famiglia d’origine, basato sulla possibilità di liberarsi da quei legami familiari che a suo avviso gli impedirebbero di diventare una persona più autonoma.

Nella scelta del partner avrà un forte bisogno di unione, accompagnato da forte tendenza ad idealizzare l’altro. Tenderà a scegliere partner che lo tengono a distanza, e si focalizzerà su ogni minimo segnale di disinteresse del partner, disinteresse che farà scoppiare la sua gelosia spesso ossessiva. Anche quando sceglierà partner fedeli potrà capitare che questi ultimi divengano inaffidabili, una volta resisi conto che le varie scenate di gelosia non dipendono effettivamente dalla loro oggettiva fedeltà o trascuratezza, ma dalle modalità proprie e abituali del loro compagno/a. Alla fine, però potrà anche capitare che scelga un partner fedele, con attaccamento sicuro, nonostante il soggetto con attaccamento insicuro ambivalente continuerà a non fidarsi mai completamente dell’altro, e conserverà parte della sua rabbia verso le figure che più ama.

-Infine vi è il caso dell’attaccamento “evitante”. Chi lo sviluppa da bambino, quando aveva bisogno della mamma, veniva spesso rifiutato e non confortato. I bambini con attaccamento evitante sviluppano sovente comportamenti di falsa autonomia, evitando di cercare la madre, soprattutto quando sono in difficoltà, poiché non possono permettersi di subire un rifiuto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità. In questo modo, il tipo di attaccamento che svilupperà tale bambino, detto insicuro-ansioso di tipo evitante, lo porterà a sviluppare un modello di sé come persona non meritevole di amore, un modello mentale della propria madre come persona malvagia, e un modello mentale della realtà esterna come ostile, dove le cose si possono ottenere solo con l’aggressività, altrimenti tanto vale rinunciare.

Crescendo tenderà a legarsi a partner con modelli di attaccamento analoghi ai suoi, basati cioè sull’evitamento, che non richiedano quindi intimità profonda o lo sviluppo di un’affettività intensa. Altre volte, invece, capiterà che si leghi a partner che hanno sviluppato un modello di attaccamento insicuro – ambivalente di tipo invischiante, che tenderanno ad assumersi la responsabilità di mantenere viva la relazione di coppia, richiamando a sé il partner “evitante” qualora questi si allontani, e maltrattandolo poi al suo ritorno. In entrambi i casi, l’individuo tenderà comunque a legarsi a partner che utilizzano lo stesso modello di attaccamento usato dalla propria madre: quando si legherà a partner “evitanti”, questi ultimi mostreranno lo stesso atteggiamento freddo che aveva sua madre nei suoi confronti, quand’era bambino. Quando invece si legherà a partner “invischianti”, qualora questi ultimi mostrino atteggiamenti aggressivi basati su reazioni di rabbia per essere stati trascurati, il soggetto “evitante” si ritroverà a gestire situazioni che ricordano l’antico modello materno basato sul rifiuto.

Nella coppia le persone con stile di attaccamento “evitante” faranno una certa fatica a mettersi nei panni dell’altro e, di fronte alla sofferenza altrui, tenderanno spesso a rimanere in silenzio, ritenendo che questa sia la cosa migliore da fare per rispettare il proprio partner che, al contrario, leggerà un simile comportamento come un rifiuto.

Ora va detto che questi modelli qui brevemente descritti sono una bussola per orientarsi nel campo della scelta delle relazioni sentimentali, ma non devono essere interpretati in maniera rigida, inflessibile o fatalistica.
Divenire però consapevoli di come essi influiscano nella scelta del partner, può rivelarsi utile per rifondare un rapporto di coppia basato su una maggiore comprensione e conoscenza di sé e dell’altro, che permetta una migliore gestione delle proprie reazioni e dei propri comportamenti all’interno della relazione di coppia.

martedì 26 giugno 2012

Perché alcune donne sono attratte da uomini già impegnati?


L'attrazione verso una persona affonda le sue radici profonde nel desiderio sessuale, nella soddisfazione istintuale di quella bramosia. Innamorarsi vuol dire anche vivere il desiderio di possesso ed esclusività dell'amato. Ma cos'è allora che spinge una donna a frustrare questo desiderio ricercando l'amore di un uomo impegnato?
Noi amiamo nel modo in cui abbiamo imparato ad amare durante la nostra infanzia e vogliamo essere amati in maniera conforme con le nostre esperienze infantili. Laddove, nell'infanzia, le figure genitoriali non vengono interioriorizzate come calde ed empatiche, nella vita adulta la ricerca di un rapporto amoroso dovrà fare i conti con i propri vissuti interiori e potrà tendere verso situazioni difficili o addirittura impossibili. Ci si può innamorare del ragazzo della migliore amica, del capo ufficio sposato, o della persona che non ricambia in maniera esclusiva. Desiderare solo uomini già impegnati può significare non stare completamente in un rapporto o addirittura non desiderarlo affatto.
Si evita così il dolore di una eventuale separazione con l'oggetto d'amore, si evita di rivivere quella ferita di non essere stati amati sufficientemente o magari abbandonati. "Non soffro perché non ti ho mai avuto completamente".
La donna attratta dall'uomo impegnato lo conosce davvero a fondo o piuttosto si abbandona alle fantasie amorose inseguendo un sogno, riempiendo le inevitabili caselle vuote dell'identità dell'altro con parti di sé proiettate? In un rapporto triangolare, l'amante è costretta a vivere in clandestinità, crede di avere le parti più belle dell'altro, ma in realtà ne gode solo in parte e, forse, non lo conosce nemmeno profondamente. E' più difficile amarsi condividendo la quotidianità, con tutti i problemi reali, che farlo saltuariamente, andando a mangiare al ristorante, incontrandosi in un motel. Eccitante, forse si, ma manca qualcosa.

E' possibile che l'altro non sia realmente amato per quello che è, ma come ricettacolo delle proprie proiezioni ideali, come creatura che si vorrebbe poter plasmare secondo i propri modelli interiori, secondo i propri bisogni.
E infatti accade spesso che, quando l'uomo sposato accenna ad una separazione dalla moglie e diviene quindi realistica la possibilità di vivere finalmente un rapporto alla luce del sole, la donna fugge.
Nell'amore impossibile, i fantasmi edipici vengono replicati mediante la ripetizione triangolare: lui, lei e l'altro (l'ostacolo), si ama colui che non si può avere come, nell'infanzia, inconsciamente, si amava il genitore del sesso opposto, desiderato ma mai raggiunto.
Questo tipo di situazione ricorda piuttosto quegli innamoramenti adolescenziali, quando emozioni e sensazioni rimangono su un piano istintivo, in attesa di evolvere in un amore completo e maturo, condividendo un percorso di crescita.
L'amante può vivere più o meno inconsciamente la rivalità con l'altra donna e nutrire false illusioni circa un futuro insieme all'uomo, oltre all'ingenua convinzione di avere un potere su di lui ("tanto grande è l'amore per me che lascerà sua moglie"). Nella maggior parte dei casi non è esattamente così. Il ruolo dell'amante può ridursi ad una sorta di contenimento per tutte le lamentele, le insoddisfazioni e gli sfoghi del partner riguardo alla sua compagna ufficiale.
Può esserci una inconscia soddisfazione nel ruolo protettivo, materno, ma, più
probabilmente, vi è una sofferenza profonda che fa da sfondo ad una bassa autostima: ci si sente non degni di essere amati, ma si pensa di poter interessare all'altro perché lo si cura, lo si soccorre. Alla base vi è la paura di essere abbandonate che comporta l'attaccamento morboso a qualcuno che si finisce con il ritenere indispensabile per la propria sopravvivenza.
Può capitare che l'uomo impegnato finisca per dividersi tra l'amante, che può dare ciò che nel rapporto ufficiale ormai manca, e la moglie, non vivendo completamente né l'una né l'altra. Sono molte le donne che chiedono allo psicoterapeuta "suggerimenti" per poter scoprire se l'uomo sia veramente interessato a loro o sono soltanto alla ricerca di un'amante…
Non ci sono delle regole fisse che possano determinare dei comportamenti-spia per capire se una persona è interessata veramente o se sta cercando solo un amante. Esistono uomini che riescono a vivere perfettamente due relazioni contemporaneamente. L'uomo sposato, anche se sta male con la moglie, difficilmente la lascia di sua spontanea volontà. Oscilla continuamente tra la voglia di porre fine al rapporto e il senso di colpa: solitamente è la donna
a prendere la decisione, l'uomo ha difficoltà a separarsi.
Il bambino, nella sua fantasia inconscia, si considera l'unico destinatario dell'interesse della madre, molto probabilmente, la convinzione di essere l'oggetto del desiderio della madre continua anche nell'età adulta: lasciarla vorrebbe dire ferirla così come (lasciare la moglie vorrebbe dire ferirla). Non sempre gli uomini vivono liberamente le proprie emozioni, sono portati a negarle con l'illusione di sfuggire alla sofferenza. Tutto ciò può ridurre il ruolo dell'amante ad una sorta di evasione passionale/sessuale.
Un segnale di possibili "intenzioni più serie" potrebbe essere l'esistenza di momenti di condivisione profonda, di interessi comuni, vicinanza al di là della sola sfera sessuale. Anche un allontanamento dalla compagna "ufficiale" potrebbe essere indicativo di un interesse più autentico.

Quando una donna lascia perdere…
Provare una attrazione implica anche un forte desiderio di soddisfarla. Soffocare sempre volontariamente quel desiderio può portare disagio e sofferenza e, alla lunga, induce a vivere in modalità repressa la propria vita. Chi è predisposto a frenare qualsiasi impulso, sta probabilmente evitando un contatto emotivo, è trattenuto ed è poco disponibile a lasciarsi andare a ciò che sente veramente e al rischio, scegliendo magari partner rassicuranti, al solo scopo di allontanare la solitudine. La donna che, pur attratta da un uomo impegnato, frena la passione, potrebbe anche nascondere, dietro spiegazioni come: "lascio perdere perché sono onesta", "perché non ne vale la pena", "perché credo a certi valori", una difficoltà a mettersi in discussione ed affrontare conflitti, aspetti incoerenti e lati "scomodi" della propria personalità.

Quando una donna provoca e aspetta…
Provocare e poi scappare ricorda un po' quello che fanno le bambine quando stuzzicano il papà, fanno un balletto con la gonna che gira e poi corrono lontano vedendo l'effetto che fa. La seduttività alimenta una fantasia inconscia onnipotente, "faccio in modo che l'altro venga attratto da me, cioè attiro la sua attenzione". Sembrerebbe più un desiderio narcisistico di essere apprezzati, notati, considerati. Forse finisce tutto lì. Forse il confronto aperto spaventa e si preferisce lasciare che sia lui a esporsi, a rischiare di più.

Quando una donna decide di sfidare…
La donna che "agisce" le proprie pulsioni, istintivamente e senza darsi il tempo di pensare, soddisfa nell'immediato, il desiderio che deriva dall'attrazione, ma può, così facendo, penalizzare la comprensione più profonda dell'altro e la costruzione di un rapporto. In questi casi, la sessualità potrebbe essere guidata da una fantasia aggressiva di "impossessamento". Si può assistere ad un tentativo di dominio sulla persona desiderata, l'altro viene ricercato solo per avere su di lui un completo controllo. Forse alla base c'è un atteggiamento di fondamentale sfiducia che potrebbe portare a non investire sul futuro, per farsi invece guidare dal piacere immediato della situazione. Questa modalità può lasciare l'amaro in bocca, acuire la solitudine.


sabato 22 ottobre 2011

GLI INSEGUITORI EMOTIVI

 Una vecchia danza tra "inseguitore" e "fuggiasco"

 
Gli "inseguitori emotivi" sono persone che riescono a ridurre la propria ansia cercando di coinvolgere il proprio partner nella propria emotività. I "fuggiaschi emotivi" invece riescono a essere meno ansiosi combattendo le cause dell'ansia con razionalità e chiudendosi in se stessi.
Capita molto spesso che la donna è l'"inseguitrice" e l'uomo il "fuggiasco".

Quando le acque sono calme, l'nsegutrice e il fuggiasco formano una "bella coppia". Lei spontanea, esuberante e sensibile. Lui è riservato, calmo e razionale. Quando le acque s'increspano, tuttavia, ognuno accentua le proprie caratteristiche e cominciano i problemi.

Che cosa accade quando una coppia si trova ad affrontare un periodo di tensione? Non importa quale sia la natura del problema: il fatto è che i due modi di agire si trovano in contrasto. Lei reagisce subito, cerca il contatto diretto e il rifugio nella vicinanza di lui; gli confida i propri sentimenti e vorrebbe che lui facesse altrettanto, invece di reagire con la riflessione e la razionalità, modo che lei considera inaccettabile. Così lei lo cerca sempre più ansiosa, di sapere cosa pensa e quali sentimenti prova; e lui si allontana ulteriormente. Più lui si allontana, più lei lo insegue; e più lei lo insegue, più lui si allontana. Lei lo accusa di essere freddo, insensibile e inumano. Lui la accusa di essere insistente, isterica e assillante. Qual'è il risultato di questa classica situazione? Dopo che questa danza tra inseguitrice e insegiuito si è protratta per un certo periodo di tempo la donna si rifugia in quella che i terapeuti chiamano "distanza reattiva". Sentendosi rifiutata e scoraggiatam decide infine di occuparsi delle proprie questioni. Adesso l'uomo ha più spazio di quanto ne avrebbe bisogno per sentirsi a suo agio e con il passare del tempo si avvicina a lei, con la speranza di ristabilere un contattom ma è troppo tardi, "dov'eri quando avevo bisogno di te?" gli chiede arrabbiata. A questo punto magari per un breve periodo i ruoli si invertono: lei fugge, lui insegue.

Gli inseguitori emotivi proteggono i fuggiaschi emotivi. Gl inseguitori, esprimendo per entrambi il senso di bisogno, di vicinanza e la voglia di essere in sintonia, fanno in modo che i fuggiaschi evitino di doversi confrontare con i propri desideri di indipendenza e con le proprie insicurezze. Fino a quando una persona inseguirà, l'altra si potrà concedere il lusso di vivere una fredda indipendenza e il proprio bisogno di spazio. Non ci sorprende, considerata la sua educazione, che di solito sia la donna a ricoprire il ruolo di inseguitrice: si tratta di un altro esempio di "lavoro emotivo"compiuto per gli uomini. Quando l'inseguitrice impara a fare marcia indietro e a spendere le energie per se stessa, soprattutto se lo può fare con dignità e senza astio è più probabile che il fuggiasco riconosca il proprio bisogno di contatto e vicinanza ...... e coninci a inseguire.

Ma attenzione! Non è un compito facile. Molte donne che sono inseguitrici emotive si ritirano in un atteggiamento di "distanza reattiva" fredda e collerica, che inverte solo temporaneamente il circolo e che comunque non ha un esito positivo.

giovedì 25 agosto 2011

PHILOFOBIA - paura dell'amore, paura di amare

Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla."  
C. Pavese


Amare significa denudarsi, gettare la maschera esterna che spesso indossiamo, rivelare le nostre debolezze. Queste cause le ritroviamo, spesso, nelle persone che vogliono a tutti i costi, in tutte le situazioni, dimostrare d'essere forti e l'innamorarsi potrebbe, invece, rivelare tutta la loro debolezza interiore e che poi debolezza non è, ma al contrario, amare è una dimostrazione di grande forza interiore.

La philofobia è definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata del amore, di innamorarsi o di essere innamorato. Si tratta di una condizione che affligge profondamente la vita di chi ne soffre, dovuto al fatto che i philofobici soffrono molto per via del fatto che non possono innamorarsi. L'origine del disordine  può essere per diversi motivi ma uno dei più probabili è riconducibile ad una sorta di “meccanismo di difesa”, non amiamo per non soffrire, ci sono cause che definirei reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ci ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d'innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi; oppure dovuti a traumi infantili in relazione al la famiglia o l'intorno affettivo che generarono complessi di inferiorità, per fare un esempio fra i tanti, richieste d'affetto ai propri genitori che non trovano risposta o anzi inducono una loro risposta negativa.

Quelli che patiscono di questa fobia sono soliti comportarsi secondo alcuni dei seguenti modi:

  • scegliendo rapporti impossibili in cui mai potrà innamorarsi
  • scegliendo uomini o donne che finiranno per lasciarli per evitare di innamorarsi
  • fuggiendo da qualcuno che si sia innamorato di loro, cercando difetti inesistenti.
L'unico modo di far fronte a questa condizione è usando la pazienza e la negazione. La coppia di un philofobico può optare per negare che sia innamorato di lui o di lei, in questo modo abbasseranno la guardia e fuggiranno di meno. Posteriormente è necessario parlare profondamente dell’argomento se davvero lo si vuol aiutare, e persino far ricorso ad un professionista.

Ritengo che la paura d'amare è fra le peggiore delle paure, perché ci priva della più bella delle componenti della nostra vita, quella d'amare e di essere amati !!!!

domenica 21 agosto 2011

RAGIONE O SENTIMENTO

“In amore la ragione o si dimette o va in aspettativa”.


Questa frase detta da Montalbano nel bellissimo “l’età del dubbio” continua a risuonarmi in testa. Ha ragione lui quando afferma che l’amore vero non ragiona, agisce d’istinto, altrimenti non è vero amore? O anche se innamorati si mantiene sempre un po’ di lucidità? Io ho provato ad agire d’istinto ma mi sono sempre trovata davanti uomini che avevano paura a lasciarsi andare, uomini rigidi, uomini razionali. Forse è vero che l’istinto è donna e la ragione è uomo,o forse gli uomini non hanno abbastanza coraggio per abbandonarsi all’amore. Fa paura abbandonare le riserve, abbattere le barriere con cui ci proteggiamo dalle delusioni, posare finalmente la maschera che indossiamo tutti i giorni. Fa tanto più paura quanti più anni di vita si sono vissuti. Se a vent’anni agire d’istinto è naturale, quando gli anni raddoppiano la ragione ha ormai avuto la meglio sulla nostra capacità di agire d’impulso, di rischiare, di lanciarsi nel buio. Il massimo del rischio concesso ai quarantenni è cambiare casa o ristrutturare la propria. Bandite le emozioni forti, la ricerca di nuove fonti di ispirazioni, la voglia di rinnovarsi. E assolutamente spaventosa è l’ipotesi di innamorarsi di nuovo. Come se fosse una malattia pericolosa. Peccato che sia l’unica cosa che ci tiene in vita e che ci impedisce di continuare a vivere morendo dentro. Senza amore non si vive, si sopravvive, che è cosa ben diversa. Ma per accoglierlo, per accettarlo, occorre che la paura non superi la voglia di amare, occorre che la ragione si dimetta, altrimenti l’amore si svilisce e muore prima ancora di nascere. Ecco, questo non sopporto più di tutto il resto, chi rovina i momenti speciali con una doccia fredda di triste realtà. Chi mette la testa invece di mettere il cuore e preferisce ad un’illusione che scalda l’anima una verità che ingrigisce i giorni,presenti e futuri. Cos’è meglio, invecchiare con le proprie storie, senza rimpianti, o non avere storie da ricordare e da raccontare?

venerdì 12 agosto 2011

I MANIPOLATORI AFFETTIVI (altrimenti chiamati vampiri)

Premetto che il manipolatore può essere tanto di sesso maschile quanto di quello  femminile, perchè è vero che ci sono donne che amano troppo, ma è altrettanto vero che ci sono anche uomini che lo fanno.
Il manipolatore affettivo è una persona con caratteristiche narcisistiche che mette a dura prova la nostra autostima, disintegrandola giorno dopo giorno mettendo in discussione non solo le nostre decisioni ma persino la capacità di prenderle autonomamente.
Il problema è che non ci si accorge di essere caduti nella rete di un manipolatore se non quando è troppo tardi, ormai è finito il processo di seduzione ed è iniziata la fase successiva,  la convivenza, il matrimonio, l’arrivo di un figlio! Insomma interviene un punto di rottura degli equilibri precedenti e avviene la TRASFORMAZIONE. Non è che non ci si renda conto sin dall’inizio infatti, come spiega la psicoterapeuta, le avvisaglie e la percezione che ci sia qualcosa che non va si avvertono ma non si dà troppo peso alle sensazioni.
Ecco 4 modalità trappola o situazioni a rischio che vengono individuate dalla terapeuta e dalle quali bisogna guardarsi dal cadere dentro:
1 Il partner/la partner critica chi ci circonda- il manipolatore cerca di isolare dalle persone che possono rappresentare un pericolo, un “contro-potere”: medici, psicoterapeuti, amici e alcuni membri della nostra famiglia. La conseguenza è il vuoto pneumatico intorno!
2 seduce la nostra famiglia – il vampiro con cortesia, fascino e savoir faire riesce a conquistare parenti e familiari, così non solo avremo paura di non essere credute, ma finiremo pure con il vergognarci di essere così “lagnose” e si non aver saputo riconoscere il compagno della vita.
3 se è un lui: ci chiede di lasciare il lavoro – rientra tutto nel processo di isolamento e sgretolamento progressivo dell’autostima nel quale ci sta catapultando! Attenzione lo fa per evitare che la fiduzia in se possa essere ripristinata rafforzata nell’ambiente di lavoro, ma anche per paura che si conoscano altre persone che ci levino le fette di salame dagli occhi.
4 se è una lei: ci vuole sempre a casa – non ci impedisce di lavorare, ma ci blocca in casa nei week end con pretesti di lavoretti o altro per averlo sempre a disposizione e rafforzare il proprio potere. Impedisce di avere uscite/ amici o spazi tutti per se. Tutto deve avvenire nell’ambito della coppia.

Il test: 

Come riconoscere un manipolatore se tra queste 30 caratteristiche il partner ne ha almeno 14, avete a che fare con uno di loro: 

1 colpevolizza gli altri, riccatandoli in nome del legame familiare, dell'amicizia, dell'amore, ecc.
2 fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto
3 sa fare leva sui principi morali delgi altri per raggiungere i propri scopi
4 critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui
5 può essere geloso anche se è un genitore o un parente
6 utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso
7 fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)
8 rifugge le sue responsabilità  riversandole sugli altri
9 non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni
10 spesso risponde in modo vago
11 cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione
12 evita i coloqui e le riunioni
13 telefona o lascia appunti scritti invece di parlare di persona
14 invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste
15 deforma e interpreta la verità
16 non sopporta le critiche e nega l’evidenza
17 fa minacce velate o ricatta apertamente
18 semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura della coppia
19 cambia idea, comportamenti e opinioni a seconda delle situazioni
20 mente
21 punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità
22 è egocentrico
23 i suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita no lo sono  affatto
24 si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri
25 non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui
26 ignora le richieste (ma dice di occuparsene)
27 produce uno stato di malessere o un senso di intrappolamento
28 ci fa fare cose che probabilmente non sceglieremmo spontaneamente
29 è efficiente nel perseguire i propri fini, ma a spese altrui
30 è costantemente oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono.

lunedì 8 agosto 2011

QUANDO LUI E' UN BUGIARDO PATOLOGICO

Chi racconta una bugia è quasi sempre mosso da una tattica, un piano strategico che tende verso un obiettivo, un fine, la bugia non è mai fine a se stessa. E' una strategia che nelle attese di chi le adotta permette di ottenere qualcosa in più rispetto alla "verità". E un comportamento che garantirebbe la "sopravvivenza", socialemente utile perchè consente di avere buone relazioni con tutti, ricavarne vantaggi  sul lavoro, schivare le responsabilità, sottrarsi a controlli e critiche. A volte si è portati ad inventare frottole per non arrecare dispiaceri ai propri cari, le classiche "bugie a fin di bene". Ma a volte, al contrario, la verità scagliata violentemente sul proprio partner potrebbe rivelarsi solo un atteggiamento aggressivo, agito al solo scopo di colpire l'altro: svelare una infedeltà di poco conto potrebbe essere utile solamente per svincolarsi dai sensi di colpa e catapultarli sul proprio compagno.
Conservare un segreto può anche voler dire essere autonomi, adulti: le persone mature sanno anche fingere, i bambini hanno la tendenza a raccontare tutto alla mamma. In ogni caso l'importante è che la bugia rimanga un episodio singolo altrimenti potrebbe diventare una giustificazione per creare interi castelli in aria, storie parallele, doppie vite. Inganni senza fine dove, credendo di imbrogliare gli altri, si finisce con il tradire se stessi. Recitare ruoli o personaggi lontani dal nostro modo di essere, affezionarsi ad un scenario inventato ad hoc per farci accettare dagli altri o per garantire la sopravvivenza della nostra autostima. Nella letteratura clinica in realtà non esiste una vera e propria "sindrome del bugiardo" (o come è chiamata da molti "sindrome di pinocchio") ma certamente la tendenza a dire bugie è un aspetto predominante di alcune tipologie di personalità come quella narcisista o addirittura quella deviante. 
Prendere in prestito il personaggio di Pinocchio attraverso la metafora della sua storia ci può essere utile per meglio identificare coloro che hanno una forte tendenza a raccontare bugie. Pinocchio è un burattino di legno che vuole diventare un bravo ragazzo (in carne ed ossa), cerca di essere adulto o meglio finge di essere grande ma in realtà si comporta come un bambino (a differenza del personaggio di Peter Pan che invece ha scelto di rimanere bambino). Nella fiaba Pinocchio si ripromette di ascoltare papà Geppetto e la Fatina (che potremmo metaforicamente assimilare alla mamma) ma purtroppo i suoi desideri lo spingono sempre ad agire impulsivamente e a non preoccuparsi delle conseguenze delle sue azioni ("fa spallucce"): non è un caso che il paese dei balocchi si riveli una grande fregatura.
Nella prima parte della storia il Grillo parlante (il genitore interiorizzato) viene schiacciato con una martellata. Quante promesse, a se stesso e agli adulti, di diventare giudizioso e bravo! Pinocchio, così come Peter Pan ha una grande voglia di vivere, entusiasmo, curiosità, creatività da vendere in opposizione al mondo degli adulti tutto improntato alla ricerca del successo, del denaro e dei beni materiali. L'uomo "Pinocchio", così come il burattino, rimane infantile, senza la capacità di integrare la propria personalità con la difficoltà a mantenere i propri impegni, a prendersi le proprie responsabilità, con la forte tendenza a dire continue bugie per non affrontare la propria realtà. 


Perchè un uomo può arrivare a costruire la propria esistenza sulle bugie? 
La favola di Collodi si conclude con la raggiunta maturità del burattino: diviene un ragazzino assennato, studia, salva il suo papà dalla balena ed in seguito si occupa di lui, grato per tutto il bene che le due figure adulte importanti (Geppetto e la Fatina) gli hanno donato. Il bambino si evolve psichicamente e diviene quindi un adulto. Ma perché molti bambini rimangono "troppo infantili"come era Pinocchio nella prima parte della sua storia? Perché in alcuni uomini non avviene la trasformazione, la crescita psichica e rimane quella fastidiosa tendenza a raccontarsi e raccontare frottole dando di sé una immagine non autentica? 
Tutto quello che siamo o diventiamo ha necessariamente a che fare con i nostri rapporti affettivi del periodo infantile, non si possono ignorarei vissuti interiorizzati attraverso i rapporti con le figure di riferimento. A volte i bambini possono interiorizzare uno scambio affettivo arido con i propri genitori, poco sostegno, poca vicinanza fisica, incapacità di contenimento, trascuratezza, assenza, a volte addirittura aggressività e poco riconoscimento della propria individualità. La dolorosa angoscia per la frustrazione e la trascuratezza dei genitori, porta questi bambini a cercare il modo di "caversela" da soli, tentando disperatamente di provvedere ai propri bisogni che però, il più delle volte, vengono soffocati, manipolati, stravolti.


Grande disorientamento e confusione che spinge il bambino prima e l'adulto poi a recitare una parte, un copione attraverso il quale "compiacere" i genitori proprio per essere accettati. E' una trama che si ripete tutta la vita all'interno della quale si ha la tendenza a non essere se stessi, a manipolare continuamente il rapporto con se stessi e con gli altri, allontanando il sano desiderio di costruire la propria intimità. Perché? Troppo intense sono le paure e le sofferenze infantili, tanto da voler evitare di riviverle, si predilige così un atteggiamento efficace come quello di manipolare gli altri in modo da allontanare il rischio che si possa ripresentare l'antico scenario vissuto con i propri genitori! La maggior parte di quei pazienti che hanno subito maltrattamenti in famiglia, descrive i genitori come persone amorevoli ed affettuose, sì esigenti, ma sempre preoccupati per i loro figli. La realtà viene come alterata, negata forse perché troppo dolorosa e difficile da tollerare. Una sorta di autoinganno, di vera e propria assenza di consapevolezza. Vivere illudendosi e vivere illudendo gli altri può essere strettamente connesso. 


Come riconoscere un bugiardo patologico? 
L'uomo-Pinocchio ha una grande necessità di mantenere alta la sua autostima ad ogni costo attraverso conferme continue della sua abilità nel controllare gli altri, ha una grande difficoltà nel comprendere di avere bisogno di aiuto e soprattutto nel chiedere aiuto, forse l'unica occasione che potrebbe spingerlo a chiedere aiuto è l'esperienza di abbandoni inaspettati che lo costringono a rimanere solo. Dopo una menzogna si pente momentaneamente, ma ciò non è mai seguito da un reale cambiamento. E' raro che viva sensi di colpa e vergogna, c'è una forte tendenza a colpevolizzare chi lo accusa, il comportamento che lo contraddistingue è impulsivo, con una inclinazione a vivere l' "attimo fuggente". E naturalmente ha una grande difficoltà a progettare e a mantenere dei programmi costruttivi. L'uomo- Pinocchio è bravissimo a trarre il proprio vantaggio nel rapporto con gli altri, con grande maestria tiene lontano il prossimo, disprezzandolo e mettendolo in una posizione di inferiorità: perchè questo accada è costretto a circondarsi di persone che, pur di sentirsi importanti, (generalmente per risolvere un proprio senso di inadeguatezza) hanno la tendenza a "volerlo salvare" a tutti i costi. Pinocchio esiste solo insieme alla Fatina che lo salva. Le mogli e le fidanzate dei "pinocchi"sopportano rassegnate le birbanterie e le frottole dei loro compagni che, con un atteggiamento da veri bambinoni, una volta scoperti, piangono e fanno i capricci fino a quando arriva puntuale il perdono che dà loro il "permesso" di intraprendere di nuovo la strada delle bugie. La maggior parte di queste donne "salvatrici" fanno finta di credere alle scuse e alle promesse ma rimangono aggrappate alla propria paura di essere abbandonate e di rimanere sole tanto da sopportare il costo di essere manipolate e ingannate. La maggior parte di queste donne vive proprio il timore di far male all'altro abbandonandoloLe Fatine per eccellenza sono donne che tendono, per natura, a negare l'evidenza dei comportamenti trasgressivi altrui. Le contraddistingue un grande spirito di sacrificio e il desiderio di riscattare gli altri. Poca autostima e quindi una consequenziale tendenza a pensare prima e soprattutto agli altri che a se stesse. 


Come comportarsi se ci si trova nella situazione di avere un partner che soffre di questa condizione? 
Sicuramente una domanda fondamentale da porsi è come mai si continuano a subire le continue umiliazioni delle false promesse del compagno. Anche se è una impresa difficile, bisogna provare a smettere di credere alle autocommiserazioni di Pinocchio, dare delle scadenze effettive rispetto alle aspettative riguardo il comportamento interpersonale. A volte si può scoprire che una separazione sia la soluzione migliore. Cominciare a pensare di fare un percorso psicoterapeutico per comprendere i motivi di tanta dedizione e soprattutto per evitare che il proprio atteggiamento masochistico si ripeta all'infinito, procurandosi ferite continue e una vita priva di complicità emotiva e intimità, e quindi non autentica, nascondendo anche a se stesse il vero sé. 


Si può guarire da questa condizione? 
Cambiare significa innanzitutto rendersi conto che si sta recitando un copione, che non si è se stessi e l'uomo Pinocchio, per la sua natura, non è certo agevolato in questa coraggiosa rivoluzione interiore. Forse l'unica possibilità che potrebbe aprire loro uno spiraglio è l'essere abbandonati, trovarsi completamente soli con la mancata possibilità di "utilizzare" le donne. Potrebbe essere determinante il fatto che la donna non perdoni più Pinocchio quando fa delle marachelle specialmente se sono continue e senza speranza. Il cambiamento dell'uomo potrebbe essere vantaggioso solo se è interiore, profondo, dovrebbe legarsi alla perdita definitiva della tendenza a ricavare dei vantaggi attraverso le menzogne e le manipolazioni. Cambiare è possibile, almeno in potenza, bisogna trovare però la chiave giusta. Non esiste una regola uguale per tutti, e comunque è necessario interrogarsi sul senso di quello che si sta vivendo. La psicoterapia può essere un grande aiuto anche se i pazienti-Pinocchio che bussano alla porta dello psicoterapeuta sono coloro che sono stati ripetutamente abbandonati o anche traditi. A volte qualcuno sperimenta qualcosa che si avvicina all'esperienza del panico o a quella della depressione. Numerosi sono i giocatori d'azzardo o gli alcolisti. 


Si tratta di una condizione che riguarda maggiormente gli uomini o le donne? 
Un numero assai consistente di uomini vive vite parallele. Spesso uomini sposati mantengono per anni relazioni extraconiugali che sembrano non intaccare minimamente la loro convinzione a vivere in famiglia nel ruolo stabile di mariti e padri. Si muovono come se niente fosse da un contesto all'altro in palese incompatibilità affettiva, pur tuttavia, senza tormenti e dubbi. Dichiarano il loro amore per la moglie (madre dei loro figli) e poi contemporaneamente la tradiscono senza titubanza. Dividersi in storie parallele è molto comune tra gli uomini- Pinocchio che, per un eccesso di predisposizione narcisistica vivono il piacere "speciale" e l'onore di sentirsi al centro dello scenario affettivo di più donne, moltiplicando occasioni di appagamento e di consenso femminile. Non sentono la necessità di fare una scelta. In generale l'uomo non ambisce all'esclusività o alla totale condivisione nel rapporto di coppia (tendenza questa squisitamente femminile) la suddivisione della loro affettività non li fa sentire frammentati o disorientati.


I più comuni disagi sono relativi alla difficoltà di tenere in piedi castelli enormi di bugie e cercare sempre la credibilità per non farsi scoprire dalle rispettive compagne. Anzi, nella maggior parte dei casi, sentono di mentire per una buona causa, cercando di tutelare integrità della propria immagine. E' difficile, per questa tipologia di uomini, rendersi conto dei bisogni affettivi delle persone che li circondano. Le donne, rispetto agli uomini, riescono più facilmente a chiudere un rapporto prima di dare vita ad un altro: forse sono più predisposte ad interrompere quando sentono di potersi fidare del nuovo partner e di poter contare sul suo attaccamento. Generalmente sono le donne a doversi contendere l'amore di un uomo. Appena c'è l'occasione, le donne sono portate a scegliere ma raramente lasciano il loro compagno nell'incertezza. L'uomo invece sembra godere nel mettere le donne in competizione tra loro. Le donne sacrificano più volentieri le loro amicizie in nome dei rapporti familiari, sono in perenne conflitto interiore che, ancora una volta, le costringe ad una "scelta"rispetto ad un ambito relazionale rispetto agli altri al quale si consacrano con totale dedizione. L'uomo, rispetto alla donna, sembra avere bisogno di maggiori e continue conferme di sé attraverso il rispecchiarsi negli altri, attraverso il rimando dell'immagine tentano disperatamente di costruire l'integrità e la forza della propria identità. 
Non possiamo dire con certezza che l'uomo sia, in assoluto, più menzognero della donna, certo però che, rispetto alla donna più malvolentieri prende posizioni nette, è portato a fare delle scelte definitive e, affrontare conflitti e ambiguità. Pur di non mettersi in discussione tenta di restare a galla soprattutto attraverso realtà inventate o taciute.

sabato 6 agosto 2011

QUANDO L'EGO E' SMISURATO

corrisponde al DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA'  
(secondo la mia opinione è uno dei disturbi più frequenti dei giorni nostri) 

Le personalità difficili sono chiaramente definite in ambito psichiatrico. Qui le esamineremo dal punto di vista astrologico. Sono prese in esame le seguenti personalità difficili: paranoica, narcisista, ansiosa, istrionica ed evitante.Cosa s’intende per personalità difficile? Una personalità difficile ha alcuni tratti del carattere troppo pronunciati e non adeguati alle situazioni, perciò causa sofferenza per sé e per tutti coloro con cui vengono a contatto. La loro principale caratteristica, comune a tutti i tipi di personalità difficili, è la forte rigidità di carattere. E a causa dell’eccessiva rigidità, ovvero della mancanza di flessibilità, le personalità difficili sono sempre uguali a se stesse, ossia si comportano sempre allo steso modo, per cui è possibile individuarle con facilità.

Caratteristiche del Disturbo narcisistico di personalità:
•Ha un senso grandioso del proprio se
•E’ assorbito da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza e di amore ideale
•Crede di essere “speciale” e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da persone speciali o di classe elevata
•Richiede eccessiva ammirazione
•Tutto gli è dovuto: pretende di essere accontentato
•Approfitta degli altri per raggiungere i suoi scopi
•Manca di empatia: non riesce ad immedesimarsi nelle emozioni degli altri per cogliere i loro  bisogni
•E’ spesso invidioso o crede che gli altri lo invidiano
•Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi 

Stile comportamentale
•Le persone narcisiste appaiono vanitose, presuntuose e snob.
•Dominano le conversazioni
•Cercano ammirazione, agiscono in modo pomposo ed esibizionista
•Sono impazienti e arroganti
•Sono tendenzialmente persone stimolanti, brillanti, corteggiano in modo unico e speciale
•Hanno mille interessi che perseguitano fino in fondo 

Stile interpersonale 
•Le persone narcisiste sfruttano ed utilizzano gli altri per soddisfare le proprie esigenze e i propri bisogni
•Sono gentili, piacevoli ed intenzionalmente disponibili
•Non sono capaci di capire le emozioni e i bisogni degli altri
•Sono controllati, non esprimono le proprie emozioni, non si lasciano completamente andare in rapporti profondi ma rimangono a livello superficiale
•Sono competitivi e provano invidia 

Stile di pensiero 
•Si pongono irrealistici obiettivi di potere, benessere e abilità perché convinti di esserne MERITEVOLI
•Lo stile di pensiero è caratterizzato da ESAGERAZIONE
•Mostrano un esagerato senso di IMPORTANZA DI SE

Stile Affettivo 
•Oscillano dall’iper-idealizzazione alla svalutazione della loro compagna. All’inizio della relazione, le persone con disturbo narcisistico di personalità perdono la testa per il patner idealizzato e perfetto, che gli da valore aggiunto. Con il passare del tempo inizia a svalutarlo, ricercandone i difetti. La persona narcisista assume un atteggiamento di superiorità, tende a svalutare e a criticare il patner. Dare poca importanza e sottolineare i difetti gli permette di distaccarsi dal patner senza soffrire.
•Anche con il patner appaiono superficiali con un minimo di coinvolgimento emotivo. Non riescono a ricevere l’amore ma ricercano l’ammirazione, l’approvazione (patner freddi) oppure prendono tutto l’amore dando poco o nulla in cambio (patner accudenti)
•Utilizzano e si distaccano facilmente dal patner senza provare particolare rimorso 

Stile di attaccamento
•Le persone narcisiste mostrano uno stile di attaccamento ansio-ambivalente
•Si considerano speciali e meritevoli, ma allo stesso tempo sono consapevoli del loro bisogno degli altri, i quali costituiscono potenziali fonti di dolore per loro
•Per questo tendono ad usare gli altri, rimanendo distaccati da essi.

La caratteristica essenziale del Disturbo Narcisistico di Personalità è un quadro di tendenza alla superiorità, necessità di ammirazione e mancanza di sensibilità per gli altri. Gli individui con disturbo narcisistico hanno, per la maggior parte del tempo, un’alta considerazione di sé. Essi abitualmente esagerano le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi. Credono di essere speciali, superiori, di dover essere soddisfatti in ogni loro richiesta e di avere diritto ad un trattamento speciale.
Si aspettano che anche gli altri riconoscano il loro status di persone speciali e, nel caso in cui questo accada, li idealizzano. Viceversa se gli altri mettono in discussione le loro qualità reagiscono con rabbia, risultando incapaci di mettersi in discussione ed accettare le critiche.

Gli individui con disturbo narcisistico di personalità generalmente hanno difficoltà a riconoscere che anche gli altri hanno desideri, sentimenti e necessità. Credono che le proprie esigenze vengano prima di ogni cosa e che il loro modo di vedere le cose sia l'unico giusto universalmente, mostrando indifferenza rispetto al punto di vista degli altri e incapacità di coglierlo. Così, per esempio, gli individui con disturbo narcisistico possono pretendere di evitare di fare la fila e di essere serviti immediatamente da commessi e camerieri. In ogni caso, anche se non lo pretendono, si infastidiscono oltre modo quando si trovano a dover rispettare le attese, le regole condivise, mal tollerando di non veder soddisfatti subito i propri bisogni.

Le relazioni interpersonali sono dunque tipicamente compromesse a causa di problemi derivanti dalle eccessive pretese, dalla necessità di ammirazione e dal relativo disinteresse per la sensibilità degli altri. Gli individui narcisistici, infine, sono spesso invidiosi degli altri, o credono che gli altri siano invidiosi di loro. Tendono a vedere gli altri in chiave competitiva e a lottare per stabilire e mantenere una posizione di supremazia.
Molto spesso, negli alti ruoli di qualunque gerarchia (aziendale, istituzionale, ecc.), troviamo soggetti con personalità narcisistica, in quanto le loro caratteristiche sono funzionali alla competizione sul lavoro. Ottengono elevati risultati senza rendersi conto di quanto molte persone facciano le spese dei loro atteggiamenti o rimangano ferite da essi. Nelle relazioni interpersonali sono fallimentari. Scelgono generalmente partner deboli e sottomessi, che li ammirano e li fanno sentire importanti. Dopo un po’ di tempo, però, si annoiano, si sentono insoddisfatti e vanno alla ricerca di nuovi flirt, volti a stimolarli nuovamente, oppure tentano di trasformare il/la partner, manipolandoli a loro piacimento. Anche in amore vivono con un costante senso di competizione e il gusto che traggono dalla relazione e principalmente quello di conquista della “preda”.

Nei rari casi in cui entrano in relazioni con una persona “al loro livello”, che non li ammira, a cui sono loro ad attaccarsi veramente, soffrono di un’elevata ansia d’abbandono e, nel caso di una rottura, sprofondano nella depressione. Stessa sorte tocca loro nel caso in cui ottengano pesanti fallimenti sul lavoro o perdano una competizione importante. In ogni caso i narcisisti, anche quando hanno la sensazione di avere tutto ciò che desiderano (successo, amore, soldi, ecc.) si sentono costantemente insoddisfatti e attraversano fasi depressive cui non sanno dare una spiegazione.

La terapia del disturbo narcisistico è molto difficile, anche per la loro totale inconsapevolezza del disturbo e dell’effetto che esso provoca negli altri. In genere arrivano ad una terapia soltanto perché si sentono depressi, ma le tradizionali terapie antidepressive non hanno efficacia. La terapia cognitiva a medio-lungo termine (da 1 a 2 anni) offre qualche possibilità di miglioramento, sebbene sia molto difficile modificare una struttura di personalità e, in questi casi, anche conquistarsi la fiducia del paziente e mantenerla elevata.